Lo svuotamento degli uffici a causa dello smart working cambia il volto delle grandi città italiane, come Milano.

Smart working e consumi: le economie metropolitane in Italia si trasformano

Il ricorso al lavoro agile come strategia di contenimento del virus e la conseguente perdita dell’economia d’ufficio sta cambiando irreversibilmente il tessuto socio-economico delle grandi città italiane.

Prima dell’emergenza Covid, in Italia lavoravano in remoto in media 500.000 persone. Durante il lockdown della primavera 2020, si stima siano state oltre 8 milioni.

Da allora, a fronte di una parte di lavoratori che ha gradualmente fatto ritorno in ufficio, un’ampia percentuale del lavoro ha continuato ad essere svolta da remoto. Alla fine di Agosto 2020, secondo il Sole 24 Ore, ancora 3.5 milioni di lavoratori operavano da casa.

Dopo i mesi estivi, l’Italia e il mondo intero si apprestano oggi a fronteggiare la seconda ondata dell’emergenza Covid e di nuovo il ricorso al lavoro agile diventa strumento di contenimento indispensabile che le aziende sono invitate ad adottare per assicurare continuità al business e garantire la sicurezza dei propri dipendenti e dell’intera comunità.

Un esodo senza fine, quindi, che continua a colpire seriamente e per certi versi irreversibilmente un indotto fatto di ristorazione, pulizie e facility management. Trasporti locali, manutentori, magazzinieri, mense aziendali e ristoranti: per questi comparti lo svuotamento degli uffici, insieme alle altre misure di contenimento, rappresenta una minaccia reale in più.

Smart working ed “economia d’ufficio”

Le conseguenze del generale sdoganamento dello smart working in un Paese come l’Italia, ultimo in Europa per diffusione del lavoro agile, sono evidenti a partire dal modo in cui i centri metropolitani hanno cambiato volto durante i mesi appena trascorsi.

Più vuote e meno inquinate, le città hanno rallentato i loro ritmi mentre le attività legate ai business si sono decentralizzate. Le nuove modalità di lavoro hanno così dimostrato di costituire un’opportunità per le metropoli anche nel post-pandemia, si pensi solo al decongestionamento e all’impatto positivo sulle variabili ambientali. Ma a che prezzo?

Quello che infatti è certo, è che lo smart working costituisce un nuovo paradigma anche dal punto di vista dei consumi, a svantaggio delle imprese che operano nel settore del commercio, al dettaglio e all’ingrosso, e che in Italia sono più di un milione.

Si sono bloccati gli acquisti prima e dopo l’orario d’ufficio, le pause pranzo al ristorante, l’aperitivo con i colleghi, la colazione al bar prima di entrare al lavoro. Senza contare la contrazione negli acquisti di abiti, scarpe e accessori – pressoché inutili quando si lavora dalla scrivania di casa. La perdita della cosiddetta “economia d’ufficio” potrebbe impattare in maniera decisiva sull’economia del Paese e, soprattutto, su quella dei grandi centri urbani.

L’Agi riporta che, tenendo conto delle imprese che potrebbero non riaprire per tutto il 2020 o sospendere l’attività a causa di un’insufficiente domanda o per il venire meno della convenienza economica a farlo, il rischio interesserebbe circa 88.000 imprese nel commercio e 179.000 (9,9% del totale) per le imprese di servizio.

3 settori sotto la lente

Il canale HO.RE.CA

Il canale Ho.Re.Ca, già duramente messo alla prova dalle limitazioni orarie dell’attività e dal contingentamento dei posti, secondo le stime Ismea arriverà a perdere complessivamente 41 miliardi di euro nel 2020, con un arretramento della spesa per consumi alimentari fuori casa, legato anche al modello smart working, del -48% rispetto al 2019. Senza contare il calo del fatturato nella ristorazione aziendale, a giugno calcolato pari al 68%.

I trasporti urbani

Secondo Anav, l’associazione delle aziende di trasporto pubblico locale aderente a Confindustria, il trasporto pubblico ha perso quasi il 60% dei passeggeri dall’inizio della crisi fino ad agosto, con un calo del fatturato sull’intero anno del 17% – pari a un miliardo e 700 mila euro. (Insideover)

Le imprese di pulizie

L’Anip, Associazione Nazionale delle Imprese di Pulizia e Servizi Integrati, ha stimato un calo di almeno il 15% sul fatturato 2020 rispetto a quello del 2019, pari a 1,6 miliardi di euro, con pesanti ripercussioni sugli oltre 40.000 addetti. (Economymag)

Ripensare il lavoro o ripensare la città?

Secondo Domenico De Masi, sociologo e professore emerito all’Università Sapienza di Roma, lo sdoganamento dello smart working si presenta come una grande opportunità per il ripensamento delle città: “È il lavoro d’ufficio come lo intendiamo tradizionalmente a imporci di vivere la città a metà. Quando usciamo di casa la mattina per andare a lavorare lasciamo le case vuote. Lo stesso facciamo la sera quando usciamo dagli uffici. Ogni giorno si creano due città: una è viva ed è abitata di giorno, l’altra di notte. […] Questo è uno spreco inaudito, come è uno spreco spostarsi tutti i giorni perdendo molto tempo e inquinando l’ambiente.”

D’altro avviso i Sindaci delle più grandi città europee – fra cui Beppe Sala, primo cittadino di  Milano, fra i primi a lanciare un allarme sull’impatto del lavoro agile sulle economie metropolitane: “Lo smart working deve rientrare fra i diritti dei lavoratori nella nuova era digitale ma vanno valutati a fondo gli effetti collaterali e le ripercussioni che un’adozione massiccia di questa modalità può generare sulle città.”

In un periodo di grande incertezza come quello che stiamo attraversando, ciò che sembra evidente è che la geografia del lavoro sta cambiando insieme alla società e all’economia delle città. Con la prospettiva di un futuro in cui, necessariamente, nuove modalità di lavoro agile dovranno integrarsi e convivere con assetti organizzativi tradizionali.

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