Quiet Quitting: lavorare solo ‘lo stretto necessario’

Nasce su Tik Tok la più recente tendenza che rivoluziona, di nuovo, il mondo del lavoro: con il “Quiet Quitting” si lavora solo il minimo indispensabile a vantaggio della vita privata.

Quiet Quitting: cosa si intende con questa espressione che si incontra sempre più spesso sui social e online quando si parla di lavoro? Letteralmente, una “rinuncia silenziosa”, un nuovo fenomeno che sta coinvolgendo sempre più giovani nel contesto professionale.

Forse, di fenomeni come Great Resignation e Great Reimagination il quite quitting è la diretta conseguenza: dopo le grandi dimissioni, dopo lo stravolgimento, in molti casi, delle condizioni di lavoro a favore di una maggiore work-life balance, la tendenza è quella di lavorare solo lo stretto necessario.

Si rinuncia al lavoro? No.

Si rinuncia a fare più del dovuto.

Il mito dello stakanovismo è superato: ora, lentamente, si tende a lasciare la presa sulle iniziative personali, sui compiti extra e sul fare straordinari a tutto vantaggio del tempo personale extra-lavorativo di qualità.

I dati

Secondo il report State of the global workplace 2022, condotto dalla società di ricerche di mercato Gallup, in Europa solo il 14% dei dipendenti è davvero coinvolto nella propria attività lavorativa e appena il 33% si sente appagato. Sempre secondo Gallup, negli Stati Uniti i quiet quitter sarebbero addirittura la metà della forza lavoro e i numeri sembrano destinati ad aumentare.

Millennials & Gen Z: se la generazione più produttiva rinuncia al lavoro

Con la Great Resignation abbiamo assistito a dimissioni di massa, in molti casi senza che ci fosse già una nuova opportunità di carriera. Subito dopo, la Great Reimagination ha portato invece le aziende a reimmaginare e ridisegnare le condizioni di lavoro, rendendo centrali tematiche attuali come la flessibilità e il work-life balance.

Questi due fenomeni, però, non sembrano essere riusciti ad arginare la possibilità di burn-out nè a rendere i lavoratori pienamente soddisfatti e appagati delle loro condizioni di lavoro. Ed ecco che entra in gioco quindi il nuovo fenomeno del Quiet Quitting.

In molti casi, i quiet quitters non svolgono propriamente un lavoro che non è nelle loro corde o che li rende completamene insoddisfatti della propria vita professionale: piuttosto, sembrano mettere davanti alla vita lavorativa i nuovi valori che l’era post-pandemica ha portato a galla.

Millennials e Gen Z tendono a disimpegnarsi sempre più sul lavoro mettendo al primo posto la vita privata, gli affetti e le passioni, sintomo di come il tempo stia acquisendo un senso nuovo, in cui dedizione e reperibilità perdono contro la flessibilità e il benessere personale. In questo scenario, evidentemente, dal canto loro le aziende non sono riuscite a creare la connessione e la motivazione necessarie nei loro dipendenti e hanno tralasciato aspetti fondamentali come l’ascolto, la comunicazione e le opportunità di crescita.

E così i quite quitters non danno le dimissioni ma silenziosamente ridimensionano il loro modo di lavorare.

È un problema? Sicuramente, soprattutto per le aziende che hanno puntato per la maggior parte proprio sulla forza lavoro di queste due generazioni, una fascia molto ampia che ora silenziosamente, mentre continua a dedicarsi al lavoro, fa solo ciò che è strettamente necessario. Ma sulla sua eventuale soluzione, al momento, non sembra esserci chiarezza.

Quello che è chiaro, se decifriamo il fenomeno del quiet quitting, è che su tematiche ormai centrali come flessibilità e work-life balance le aziende hanno ancora molta strada da fare per andare incontro alle esigenze dei lavoratori e ridefinire in maniera più corretta i nuovi equilibri vita-lavoro nell’ottica di creare una nuova connessione con i propri dipendenti, specialmente quelli delle nuove generazioni. 

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Cover: Freepik

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